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Kick It Till It Breaks - Una introduzione a “Angry Brigade”

venerdì 26 agosto 2011

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La notte del 12 gennaio1971, il titolo del Times è esplicito: “Due bombe devastano la casa di Carr in un giorno di proteste”. All’epoca, Robert Carr era Ministro del lavoro nel governo del conservatore Heat, eletto pochi mesi prima. Era responsabile del progetto di legge sulle Relazioni industriali, adottato quello stesso giorno, che aveva provocato numerose manifestazioni operaie. Questo attacco sarà rivendicato da un gruppo chiamato “Angry Brigade”, in un contesto di tensione sociale generalizzata che l’Inghilterra non ha più conosciuto. Ciò in un periodo in cui in tutta Europa e in ogni continente numerosi gruppi si organizzano per attaccare fisicamente le strutture del capitalismo ed un certo ordine morale che gli anni trascorsi dal ’68 non sono riusciti a spezzare. Un po’ dappertutto ci sono ondate di proteste massicce, una gioventù disillusa da un sistema che non smette di dotarsi di mezzi sempre più efficaci per annientare gli individui e seppellire i sogni di un mondo diverso, una gioventù esaltata dalla prospettiva di una trasformazione radicale dell’esistente.


Alcuni prendono la strada dell’agitazione urbana, su temi specifici o contro il vecchio mondo in generale, altri si specializzano nella teoria rivoluzionaria, altri si specializzano, loro, nell’agitazione armata clandestina o semi-clandestina, altri ancora navigano, con andirivieni coerenti, fra tutti questi metodi differenti. Quello di “lotta armata”, come sarà chiamata, è un termine ambiguo, nel senso che non ricopre solamente quello che la semplice accezione potrebbe lasciare intendere. La lotta armata non è soltanto il fatto di lottare in armi, essa è diventata anche un’ideologia, veicolata da diversi gruppi [1]. Gruppi che si sono illustrati per le loro influenze marxiste-leniniste-maoiste oppure nazionaliste (ETA, IRA etc.), a volte combinate. I gruppi detti di lotta armata di ispirazione anarchica sono quasi inesistenti, anche se la lotta anarchica in armi, lei, non ha mai veramente smesso di esistere, dagli anni intorno al 1880 fino ai giorni nostri. Si possono citare alcuni gruppi anarchici dalle firme persistenti nell’orizzonte della seconda parte del XX secolo: i GARI [2], Azione Rivoluzionaria in Italia e l’Angry Brigade in Gran Bretagna. Ci interesseremo, qui, all’Angry Brigade, ma anche, attraverso il suo esempio, all’Inghilterra non pacificata della fine degli anni ’60 e degli anni ’70, periodo che è stato chiamato the angry years e che fu presto soppiantato, nella memoria collettiva, dalle campagne di attentati dell’IRA che gli succedettero.

Ci sono numerose ragioni che ci hanno spinti a pubblicare quest’opera. La storia dell’Angry Brigade, se non deve servire a qualche universitario a corto di lavori “radicali” per dare lustro alla sua disciplina e far avanzare la Ricerca per conto dello Stato, deve servire al presente di uno scontro che continua, con la volontà di ritrovare un po’ dell’entusiasmo di un’epoca in cui la rivoluzione pareva a molti come a portata di mano e non come un miraggio paralizzante. Sempre in maniera critica, ci sono molte cose in questa storia che fanno eco a questioni attuali, di quelle che scuotono ancora le sfere antiautoritarie più portate verso l’antagonismo diffuso, che siano esse anarchiche oppure no. Noi che vediamo nei gruppi di lotta armata elencati sopra, e in tanti altri ancora, solo altrettanti partigiani del Potere, certo non quello attuale, ma quello dei loro sogni macabri ed autoritari, noi ci interessiamo alla lotta dell’Angry Brigade appunto perché sembra ben difficile poterla archiviare nei grossolani scaffali della “lotta armata”. Nella sua volontà di riprodurre il terrore dello Stato, il lottarmatismo si è immediatamente posto come il riflesso speculare di quello stesso Stato, pur senza potersi dotare della forza di quest’ultimo, poiché rimane gruppuscolare. In un corpo a corpo frontale con lo Stato, nessun gruppo rivoluzionario vincerà mai. Pensare che la rivoluzione possa essere il risultato dell’azione di un gruppo di rivoluzionari professionisti è una logica golpista che va all’opposto di una logica insurrezionale. Con ciò non si vuole assolutamente mettere in discussione la necessità dell’attacco, individuale o collettivo, e ancor meno la necessità della sua diffusione. Per degli anarchici è inimmaginabile distruggere lo Stato riproducendo i metodi che gli sono propri, come il terrore, il militarismo, la gerarchia, la delega, la rappresentazione, la specializzazione, in una parola la politica, anche se fatta a colpi di bomba. Non vogliamo con questo attribuire la responsabilità dell’affossamento dell’”assalto al cielo” all’apparizione dei gruppi armati, che con la loro azione avrebbero “spinto” lo Stato a scatenarsi sull’insieme del movimento sociale, come amano sostenere gli eterni militanti che continuano ancora oggi a marcire nelle loro organizzazioni obsolete ed ammuffite. Se non abbiamo risposte miracolose a questa questione, possiamo comunque mettere in evidenza una mancanza di continuità nella trasmissione, così come un forte lavoro di recupero/integrazione/assimilazione della rabbia da parte della sinistra, per trasformarla in schede elettorali e canalizzarla in modo che non rappresenti più un pericolo per il dominio. Facendoci credere che non ci fosse altra scelta fra la clandestinità assoluta e il militantismo da boy-scout della sinistra, le organizzazioni lottarmatiste hanno contribuito al deserto lugubre degli anni ottanta e novanta. Ma sarebbe troppo facile attribuire il riflusso di prospettive e della tensione rivoluzionaria esclusivamente alla sinistra ed alle organizzazioni armate, ogni percorso essendo individuale.

Al contrario di quei gruppi, l’Angry Brigade non ha mai elaborato un programma, non si è mai vista come un’avanguardia del movimento operaio o di chiunque altro e nella lotta ha sempre messo avanti una certa sincerità, piuttosto che la freddezza della strategia; non ha mai sacrificato delle pedine per vincere una partita. Alla maniera dei GARI in tutta l’Europa occidentale, poi, l’Angry Brigade non ha mai negato la gioia della lotta, dando, con la sua pratica, un buon esempio dei suoi fini e facendoci pensare alle giuste parole di un vecchio anarchico italiano: “Sbrigati a giocare. Sbrigati ad armarti” [3]. Senza aver paura dell’ironia, cosa assai rara fra i rivoluzionari, l’Angry non esitava a scarabocchiare nei suoi comunicati dei disegni strambi, dei piccoli fumetti (altro punto in comune con i GARI), dei giochi di parole umoristici e degli insulti di una volgarità puerile ma catartica. Con l’Angry Brigade non si trovano comunicati di quindici pagine nei quali viene sviluppata tutta la teoria marxista-leninista e anti-imperialista, spesso nauseabonda, freddamente clinica e con pretese di scientificità. L’Angry Brigade ha certamente voluto mostrare, in questo modo, come fosse possibile realizzare azioni che richiedevano un alto grado di organizzazione e serietà, senza per questo rinchiudersi in una fredda camicia di forza militarista, organizzativa e ideologica. Ciò non ha però reso le sue azioni degli scherzi, perché i danni erano ben reali e a volte enormi ed il messaggio, lui, era chiaro e limpido.
Ciononostante non ci tratterremo, in quest’introduzione, ma un po’ più avanti, dall’avanzare anche parecchie critiche nei confronti dell’Angry Brigade.

È difficile stabilire con precisione le ragioni particolari che hanno spinto alla formazione di questo gruppo, nell’Inghilterra degli anni Settanta, anche se lo studio del contesto che Jean Weir propone qui di seguito ci sembra piuttosto soddisfacente (nonostante i limiti inerenti alla contestualizzazione, propri a persone che come noi sono nate dopo e non hanno vissuto l’epoca in questione), con lo sviluppo di nuove questioni e nuove forme di lotta in rottura con gli schemi classici del fu movimento operaio e della sinistra, istituzionale o extraparlamentare. In rottura anche con il movimento libertario ufficiale ed i suoi “maldestri” istinti di sopravvivenza, quali la rispettabilità e la dissociazione. Il messaggio della brigata è chiaro: “Il nostro scopo è approfondire le contraddizioni a tutti i livelli. Non lo realizzeremo certo concentrandoci sulle riforme oppure utilizzando la piattezza socialista diluita in acqua” (Comunicato n. 6). Approfondire le contraddizioni, accentuare le conflittualità, portando la propria radicalità dovunque ciò possa avere senso, ma sempre nel cuore di lotte sociali in senso largo e non necessariamente nelle sue forme politicizzate, fino alla rottura con il vecchio mondo. In un contesto in cui le lotte operaie diventavano sempre più violente, accettando sempre meno i compromessi abituali, quali la negoziazione, la concertazione, la delega o la mediazione sindacale, la brigata trova lo spazio necessario per dire che “il sistema non crollerà né capitolerà mai da solo”, sottolineando che “sempre più lavoratori lo capiscono, al giorno d’oggi, e passano dal sindacalismo all’offensiva” (ibid.). Pur all’interno di un discorso abbastanza classista [4], l’Angry Brigade ha saputo evitare i difetti del classismo. Dichiarando: “NOI CREDIAMO NELLA CLASSE OPERAIA AUTONOMA. NOI NE FACCIAMO PARTE” (Comunicato n. 7), essa non si pone al di fuori della classe operaia, come invece numerosi marxisti, che fanno dell’intervento specifico nelle lotte una sorta di difetto avanguardista, condannandosi da soli all’inazione di un’attesa passiva. Inserendo la propria attività nel cuore dell’antagonismo sociale, la brigata non si limita però ad adeguarsi al contesto particolare di una lotta, a riprodurne i metodi ed il livello di violenza. Al contrario, essa riesce a sviluppare un’azione autonoma che mantiene una relazione intelligente con un dato contesto, sfuggendo sia alle accuse di “avanguardismo” che a quelle di essere “slegata dalle lotte”.

All’inizio del brutale regno dell’era Thatcher (che durerà dal 1979 al 1990), usciranno numerosi comunicati di nuovo firmati Angry Brigade. Una nuova generazione che si farà conoscere per aver piazzato dell’esplosivo nelle sedi di Leeds e Manchester del Partito Conservatore della Thatcher, nel 1981; per la bomba al Prison Officers Trainig College, una scuola per secondini, a Wakefield, nel 1983; o ancora per l’esplosione di un traliccio elettrico a nord di Maltby, nel 1984, attacco che causò la temporanea paralisi della rete elettrica ad alta tensione in quella regione.

La pratica dell’azione diretta violenta, che essa sia espropriatrice o distruttrice, entra in conflitto diretto, come diceva lo stesso signore della guerra Trotsky, con la tradizione pro-democratica prevalente nella storia del movimento operaio. Ci siamo abituati a sentire le organizzazioni e i loro teorici ufficiali che si lamentano, da decenni, a causa dell’azione minoritaria o individuale, in generale, e violenta in particolare [5].
Nel periodo contemporaneo, la mania delle organizzazioni ufficiali del movimento libertario è quella di affermare la propria non-partecipazione ad atti fortemente repressi o anche solo mediatizzati (come la Fédération Anarchiste in Francia in rapporto al sabotaggio dei cavi delle linee ferroviarie nel 2008 o la Federazione Anarchica Italiana quando si tratta di attacchi in generale, etc.). È andata nello stesso modo con la condanna quasi unanime dell’Angry Brigade da parte dei movimenti di sinistra e libertari dell’epoca, nel momento stesso in cui la repressione colpiva.

Qualificata di “terrorismo” da parte degli Stati così come da parte dei lembi più marxisti e collettivisti dello spettro politico, l’azione diretta violenta che non viene portata avanti da una qualunque “massa” attesa messianicamente, quasi fosse una specie di avvento del Millennio in chiave rivoluzionaria, è sempre stata soggetta al recupero, da una parte e dall’altra. Più sovente, innegabilmente, nel senso della corrente: diventa allora uno spauracchio sociale contro la lucidità che spinge l’individuo innamorato della libertà a prendere le proprie responsabilità di fronte alla scelta che gli lascia questa società: il dominio o la lotta contro il dominio. Col pretesto dell’impossibile “massa”, Trotsky si riappropria del termine “terrorismo”: “se si intende come terrorismo ogni azione che ispiri il timore o faccia del male al nemico, allora, naturalmente, tutta la lotta di classe nel suo insieme non è altro che terrorismo” [6]. Dopo aver tessuto le lodi del buon “terrorismo” delle masse, eccolo poi che ci parla del “terrorismo individuale” che, secondo lui, svilisce il ruolo delle masse.

Gli anni ’60 e ’70 hanno visto svilupparsi pratiche antiche di azione diretta, con la speranza certo di farla finita con i ruoli sociali, ma anche con le “masse”, scusa attendista per rinviare il passaggio all’azione. Si ricordi il fatto che il sabotaggio e la violenza di classe sono sempre state armi al servizio dei dominati, sul piano individuale come su quello collettivo. “Se basta armarsi di una pistola per raggiungere il proprio scopo, a cosa servono gli effetti della lotta di classe?”, Trotsky sicuramente non sapeva fino a che punto stesse vedendo giusto. Il fatto è che l’individuo non fa parte dei metodi “scientifici” proposti dall’alchimista Karl Marx per accompagnare, come per magia, il capitalismo verso la sua fine.
Visto che in politica tutto è strategia – “naturalmente ripudiamo il terrorismo individuale solamente per ragioni di opportunità” [7] – in molti si sono levati contro la separazione politica, opponendovi le ragioni del cuore, il desiderio di essere liberi.

L’Angry Brigade era un gruppo anarchico, si iscriveva quindi nella tradizione della propaganda col fatto, della guerriglia insurrezionale o più in generale in quella dell’azione diretta, nella storia dell’anarchica [8].

Senza voler portare dell’acqua al mulino dei falsi critici di questo mondo, possiamo permetterci di avanzare delle riserve su tale o tal’altra pratica e anche di mettere in dubbio l’”efficacia” di certi atti, senza per questo mettere in questione la necessità di attaccare questo mondo. A nostro avviso è necessario porre la questione delle azioni di tipo simbolico (non parliamo qui delle azioni che sono solo simboliche, che hanno quindi il solo interesse di alimentare lo spettacolo dello spettacolo). Ci sembra ad esempio molto limitato lo schema (ricorrente durante la Belle Epoque e che oggi vediamo tornare di moda, sul piano internazionale e in sovrappiù in una versione degenerata, cioè attraverso i blog internet) dell’atto di vendetta seguito dall’esecuzione del suo autore, la quale porta poi ad altre rappresaglie e così via. Nel 1892 Ravachol vendica i manifestanti ammazzati a Fourmies con una serie di attacchi con bombe contro alcuni magistrati. Dopo la sua esecuzione, Meunier fa saltare in aria il ristorante Very, Léauthier pugnala un ministro serbo e Vaillant fa scoppiare una pentola piena di esplosivo alla Camera dei deputati. La morte di Vaillant, ghigliottinato, è vendicata da Henry, che fa saltare il caffè Terminus e un commissariato. L’arresto di Henry è seguito, come rappresaglia, dalla bomba al Café Foyot, messa da Fénéon, e dall’assassinio del presidente Carnot da parte di Sante Caseario, anche lui ghigliottinato e poi vendicato, etc. [9]
Questa spirale infernale, se partecipa, con i danni che crea, alla distruzione del dominio, sembra però impigliata in una logica sacrificale che non è di nostro gusto. Le preferiamo gli attacchi che mirano freddamente ad abbattere le fondamenta materiali e morali del sistema di dominio, prediligendo il danno al simbolo, prediligendo l’azione alla reazione. Certo, tutto ciò non è una visione definita una volta per tutte e la vendetta non è un sentimento malsano contro la quale potremmo avere una posizione di tipo morale.

Quello che ci interessa in particolare con l’Angry Brigade è la sua notevole capacità di non attaccare solamente per pura negatività vendicativa, ma di concepire l’azione diretta come un appoggio alle lotte sociali, come l’apertura a possibilità nuove, come una serie di proposte e di suggerimenti, evitando così le spirali infernali di cui parlavamo sopra. Attaccare là dove fa male per appoggiare uno sciopero duro, far saltare un negozio di lusso per il semplice motivo che è un negozio di lusso e, in generale, dare prova di originalità nella scelta dei propri obiettivi e nella scelta delle parole con cui spiegare le proprie ragioni. Se il gruppo ha attaccato magistrati, politici, banche, ambasciate, padroni, imprese, esercito e polizia, si è anche volto verso obiettivi che mostrano che il suo angolo d’attacco non era solo quello dell’economia e delle sue infrastrutture concrete, ma anche quello dei meccanismi sociali più latenti. Il patriarcato e l’intrattenimento, con l’attacco durante l’elezione di Miss Mondo, oppure il consumismo e la moda con l’attacco ad un negozio della catena “fighetta” Biba, nei quartieri ricchi; estratto del relativo comunicato: “Fratelli e Sorelle, quali sono i vostri veri desideri? Vegetare in un drugstore, con lo sguardo lontano, vuoto, annoiato, bevendo del caffè insipido? Oppure FARLO SALTARE IN ARIA O BRUCIARLO? La sola cosa che si può fare con queste case di schiavi moderni chiamate negozi È DISTRUGGERLE” (Comunicato n. 8).

Ciononostante l’Angry Brigade è lontana dall’essere stata originale sotto tutti gli aspetti (ma non vogliamo insinuare che l’originalità sia per forza un fine in sé).
Da un punto di vista tecnico, si può sottolineare una certa mancanza di inventiva per quanto riguarda la scelta come strumento della bomba, santificata a discapito di molti altri strumenti, così come è stato per la maggior parte degli altri gruppi armati di quel periodo, per lo meno quelli che la storia ufficiale ricorda. Ci si può chiedere il perché della scelta quasi esclusiva degli ordigni esplosivi. Innanzitutto, una bomba è uno strumento molto pericoloso, per la persona che la posa ma soprattutto per gli altri. Essa richiede, poi, una conoscenza tecnica molto vicina a quella di un esperto, sia nella sua fabbricazione che nella manipolazione. Visto il grado di sofisticazione necessario, l’attacco esplosivo è molto poco riproducibile e di difficile diffusione; esso pone dunque la questione fondamentale della specializzazione. Oggigiorno, vediamo per esempio svilupparsi una “scena” di bombaroli anarchici, con i suoi prigionieri carismatici (a volta loro malgrado), i suoi martiri, i suoi eroi, all’interno della quale la comunicazione si fa quasi esclusivamente a colpi di bombe e dalla quale sono di fatto esclusi tutti coloro che utilizzano metodi altrettanto efficaci, ma meno sexy. Nei fatti, questi ultimi non partecipano alla creazione di una controcultura fissata su tale o tal’altra forma, ma che in sé non dirà mai niente sulle questioni di fondo. Ci si può porre la questione dello strumento, soprattutto visto che altri metodi più semplici, meno rischiosi per sé stessi e per gli altri, ma anche meno rischiosi in termini di repressione, possono eguagliare i danni causati dall’esplosivo o addirittura superarli. Si può citare l’esempio delle Rote Zora, in Germania. Anche loro preferivano la bomba a tutti gli altri strumenti della gamma pratica e nel febbraio 1987 hanno fatto esplodere la facciata dell’ufficio pubblico che gestiva le richieste di asilo politico. Qualche mese più tardi, i Revolutionäre Viren hanno avuto bisogno soltanto di qualche bidone di benzina piazzato nei punti giusti per bruciare completamente gli stessi locali, criticando con i fatti, con l’efficacia del loro attacco e la semplicità del mezzo scelto, l’ossessione per l’esplosivo coltivata da tanti gruppi armati. Ci si può porre una semplice domanda: perché caricarsi di armi da fuoco per mitragliare la vetrata di un edificio, così come hanno potuto fare l’Angry Brigade, Action Directe o altri, se un semplice martello da bricolage avrebbe avuto lo stesso risultato?

Ci si può anche porre la domanda dell’utilità di un nome permanente, se non si tratta del desiderio incosciente – o forse inconfessabile – di entrare in un qualche pantheon rivoluzionario ed alimentare la storia ufficiale. Questa domanda non è nuova. Come sottolinea Jean Weir, “il capo dei laboratori di Woolwitch Arsenal, il principale testimone dell’accusa nel processo contro alcuni supposti membri dell’Angry Brigade, è stato costretto ad ammettere che oltre ai 25 attacchi esplosivi loro attribuiti, fra il 1968 e la metà del 1971, ne sono stati registrati altri 1075”. Quello che resta oggi, però, sono molto di più le 25 esplosioni attribuite all’Angry Brigade che le altre 1075. Piazzare a questa maniera un nome nell’arena pubblica equivale in qualche modo a tirare acqua al proprio mulino. Action Directe, la RAF, le CCC, le RZ ed altri gruppi di lotta armata in Europa sono, in realtà, gli alberi che nascondono la foresta dei gruppi autonomi d’attacco, ben più numerosi e diffusi. Da una parte, possiamo trovare interessante la possibilità, espressa nei comunicati, che chiunque potesse appropriarsi della firma Angry Brigade. “Là dove due o tre rivoluzionari usano la violenza organizzata per attaccare il sistema classista… c’è un’Angry Brigade. Dei rivoluzionari, ovunque in Inghilterra, già utilizzano questo nome per rendere pubblici i propri attacchi contro il sistema” (Comunicato n. 6). Ancora: “L’Angry Brigade sono gli uomini e le donne seduti giusto accanto a voi. Hanno delle pistole in tasca e la rabbia nel cuore” (Comunicato n. 9). D’altro canto, però, si può dubitare dell’utilità di creare un’entità ed un’identità basate su un nome fisso. E se “dei rivoluzionari, ovunque in Inghilterra, già utilizzano questo nome per rendere pubblici i propri attacchi contro il sistema”, il contrario è altrettanto vero, e tanto meglio, perché ciò decentralizza l’attacco e lo rende meno comprensibile agli occhi degli sbirri, impedendo loro di attribuire ad un gruppo particolare pratiche socialmente diffuse.

Per tornare ai nostri giorni, si possono citare gli esempi della Cospirazione delle Cellule di Fuoco e di Lotta Rivoluzionaria, in Grecia, di cui non si finisce più di parlare negli ambienti antiautoritari del mondo intero, nonostante le centinaia di incendi che ogni anno devastano, senza tante storie, il dominio. Ma anche i diversi gruppi, in tutto il mondo, che si riconoscono nel logo FAI [10] o IRF [11]. Lo spettacolo delle pratiche e dei simboli non cessa più di soffocare gli atti di rivolta diffusi e disseminati attraverso il mondo, compresi quelli di altri anarchici che cercano di iscriversi all’interno di una tensione sociale diffusa, passando quindi attraverso un anonimato totale. Cosa che non esclude certo la possibilità di rivendicare un’azione per spiegarne il senso o di utilizzare delle firme “usa e getta”.

Facendo la scelta di chiamarsi costantemente Angry Brigade e di rivendicarsene l’appartenenza, come si trattasse di qualunque altra organizzazione formale e permanente, anche loro hanno partecipato a questo spettacolo. Se si guarda poi la storia dal punto di vista della polizia, si può facilmente sostenere che portare un nome fisso serve a facilitare la propria repressione e a perdere un po’ del senso dell’attacco in sé, dato che i riflettori saranno puntati sugli autori degli attacchi piuttosto che sugli attacchi stessi.

Non si tratta tanto, qui, di buttare via tutta l’esperienza dell’Angry Brigade né di farne un’esaltazione beata, poiché il punto non è trovare nuovi idoli e neppure modelli o metodi da riprodurre ciecamente, quanto piuttosto trovare, in un particolare percorso di vita e di rivolta, ciò di cui ravvivare la fiamma di una lotta che non vogliamo vedere spegnersi, malgrado il fango della pacificazione sociale.

Perché è sempre il momento di fare la guerra a tutti i paradisi.

Ravage Èditions
Luglio 2012

Tradotto dal francese di Angry Brigade - Eléments de la critique anarchiste armée en Angleterre [« Angry Brigades. Elementi della critica anarchica armata nell’Inghilterra »].

P.S.

Nota per il lettore di lingua italiana:
la seconda e più recente edizione in italiano di questo opuscolo è: “The Angry Brigade. Documenti e cronologia”, edizioni Anarchismo, opuscoli provvisori n.5, 2007.
La prima edizione era: “The Angry Brigade. 1967 – 1984 Documenti e cronologia”, edizioni Infinita e GAS, 1995.

Note

[1Come Action Directe in Francia, le Brigate Rosse in Italia, le Cellules Communistes Combattantes in Belgio, la Rote Armee Fraktion in Germania, il Weather Underground negli Stati Uniti, Tupamaros in Uruguay o il MR-8 in Brasile, fra tanti altri in tutto il mondo.

[2Groupes d’Action Révolutionnaire Internationalistes.

[3Alfredo M. Bonanno, “La gioia armata”, Catania, Anarchismo, 1977.

[4Cioè che analizza l’insieme dei rapporti sociali soltanto attraverso il prisma ideologico della lotta delle classi.

[5Distinzioni, condanne, a volte repressione sono i rapporti che ci furono, per esempio, fra Lenin ed i socialisti-rivoluzionari, fra Marx ed il movimento dei distruttori di macchine, fra la CNT-FAI e Sabaté, Ramon Vila Capdevila, i Grupos anarcosindacalistas. Tra l’altro, Antonio Téllez Solà termina la sua biografia di Sabaté con un‘accusa carica di senso: “Il franchismo li ha ammazzati; il movimento libertario li ha sepolti” (Antonio Téllez Solà, “Sabaté: la guerriglia urbana in Spagna”, edizioni La Fiaccola, Ragusa, 1972)

[6L. Trotsky, “Perché i marxisti si oppongono al terrorismo individuale”, in Der Kampf, Vienna, novembre 1911.

[7Lenin, “L’estremismo, malattia infantile del comunismo”, 1920.

[8Quella di Ravachol, Vaillant, Jacob, Duval e gli altri in Francia, di Di Giovanni, Galleani, Bakunin, Malatesta e la banda del Matese, oppure Durruti e Ascaso, Bresci, Czogolsz, Novatore e tutti gli altri che, attraverso il mondo, a partire dal XIX secolo, non hanno mai smesso di attaccare la proprietà, lo Stato e tutte le carogne, sempre tenendo in mente una prospettiva anarchica.

[9NdT. Il 1 maggio 1891 una manifestazione di operai nella cittadina di Fourmies, nel Nord, è repressa a fucilate dall’esercito. Ci sono 9 morti e 35 feriti. Il 25 aprile 1892, alla vigilia della sentenza contro Ravachol, Théodule Meunier fa saltare in aria il ristorante Very, dove Ravachol era stato arrestato su infamia di un cameriere (che più tardi diventerà sbirro). Il 13 novembre 1893, Léon Jules Léauthier pugnala un ministro serbo in un ristorante di lusso, ferendolo gravemente (“Non colpirò un innocente, colpendo il primo borghese che mi capita” scrisse prima dell’azione). Il 9 dicembre dello stesso anno Auguste Vaillant fa esplodere una bomba artigianale all’Assemblea Nazionale. Ci sono 50 feriti, fra cui Vaillant stesso, condannato poi a morte. Il 4 aprile 1894 scoppia una bomba in un ristorante di lusso, il Foyot. Viene accusato il giornalista e critico d’arte (nonché impiegato del Ministero della guerra) Félix Fénéon , vicino all’anarchismo, che sarà poi assolto. Il 24 giugno 1894, a Lione, il fornaio italiano Sante Caserio pugnala a morte il presidente Sadi Carnet (che aveva fa l’altro rifiutato la grazia a Vaillant).
A chi volesse approfondire consigliamo la lettura dei volumi 2 e 3 (“La propaganda col fatto”) della collana “I refrattari”, Editziones de su arkiviu - bribrioteka “Tommaso Serra”, Guasila (CA). Gli stessi testi sono in: L. Galleani, “Faccia a faccia col nemico”, Galzerano editore, Casalvelino Scalo (SA), 2001.

[10Federazione Anarchica Informal

[11International Revolutionary Front, Fronte Rivoluzionario Internazionale.