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Né oblio né cerimonia: contro il culto della carogna

martedì 12 giugno 2012

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“Poiché si tratta di uomini che si sono distinti con degli atti, mi sembrerebbe più soddisfacente onorarli con degli atti”
Tucidide, “La guerra del Peloponneso”, 411 a.C.


È pericoloso dichiarare guerra allo Stato e a questo mondo, perché esso sa fare solo due cose: progredire e combattere tutto quello che potrebbe distruggere, attenuare od impedire il suo progresso. In quanto anarchici, e con ciò intendiamo rivoluzionari, siamo consci delle nostre scelte e delle responsabilità che ne derivano. Quando diciamo rivoluzionari, non parliamo di una qualunque credenza in un mondo perfetto e sereno, né della chimerica credenza nella possibilità di vedere in atto una qualche rivoluzione antiautoritaria totale, come possiamo sognarne nei nostri slanci masturbatori, ciò nel corso della nostra vita oppure oltre. Parliamo di una tensione permanente verso l’approfondimento di un processo di rottura con il potere e le sue istituzioni, attraverso la critica radicale e la distruzione.

Il 22 maggio 2009, Mauricio Morales, un compagno rispettato di Santiago del Cile, è caduto in combattimento in questa guerra sociale alla quale anche noi cerchiamo di contribuire, lui così come tanti altri anarchici in giro per il mondo, con i nostri mezzi e la nostra etica, la nostra intensità ed i desideri a noi propri. L’esplosione della bomba artigianale che portava nello zaino ha provocato la sua morte; essa era destinata alla Scuola di Gendarmeria poco distante. Anche se in quel momento eravamo così lontani, nel cuore di questa vecchia Europa, la notizia della sua morte ci ha sconvolti a causa di quello che era: la notizia della morte di un fratello. Non conoscevamo direttamente Mauricio, ma ciò è veramente importante? Ci siamo riconosciuti in lui, così come ci riconosciamo ogni giorno in tutti gli attacchi contro il dominio, e questo ci è bastato. Come molti altri, abbiamo infiammato la notte a mo’ di commemorazione. Perché questa è la sola forma di commemorazione che si addice a salutare la morte di un compagno: continuare la lotta nella solidarietà, sì, ma non solo, anzi molto di più ancora: propagare la critica con gli atti contro questo mondo e incoraggiarne la diffusione.

I nostri attacchi contro l’esistente, infatti, non hanno come scopo principale quello di onorare la memoria dei compagni caduti, di mandare una dedica a quello o quell’altro compagno incarcerato, né di dialogare con il potere in un corpo a corpo frontale. L’attacco è per noi una necessità perché le parole hanno un senso e perché le nostre idee non sono solo dei concetti astratti. E riteniamo del tutto secondario, se non completamente inutile, questo bisogno di fare delle strizzatine d’occhio o di auto-referenziarsi in continuazione. I destinatari delle strizzatine d’occhio non hanno bisogno di essere nominati se essi si riconoscono nell’atto. E offrire un attacco ad un compagno è allontanare per altri la possibilità di riappropriarselo ed allontanarci noi stessi dalle possibilità infinite della riappropriazione e della riproducibilità, oltre che dall’anonimato che caratterizza a nostro avviso l’intervento anarchico in tutta la sua umiltà. Per precisare ciò che vogliamo dire con umiltà, si tratta del fatto che i nostri attacchi si iscrivono come modesti contributi nella guerra sociale da sempre in corso e non si tratta di atti eroici, poiché, come diciamo sempre, attaccare è facile e qualunque arrabbiato può farlo. Ecco perché i nostri compagni caduti in combattimento non sono degli eroi.

I nostri attacchi sono quotidiani, essi non aspettano e non necessitano alcun appello alla solidarietà. Ecco la nostra sola forma di commemorazione: nella conflittualità permanente. Ciò poiché le altre forme di commemorazione non sono di alcun rimedio per i nostri cuori insorti, perché piangere non ha mai fatto cadere un muro. Che essi siano della religione divina o di quella terrestre, gli apostoli di questo mondo non offrono alcuna soluzione alle nostre disgrazie. Le veglie funebri, le cerimonie, gli elogi, le marce, gli anniversari, i bei discorsi ed il lirismo a due lire, li lasciamo volentieri da parte e continuiamo a percorrere il nostro cammino. Non ci interessano la gloria e l’onore, ma la dignità, l’amore e l’odio. È insieme a queste tre sorelle che camminiamo ogni giorno. Avremmo preferito non sentire il bisogno di scrivere queste poche righe, ma abbiamo paura di vedere valori di origine religiosa o militare, che non sono i nostri, mescolarsi ai nostri.

“Il culto dei morti non è che un oltraggio al vero dolore. Il fatto di piantare un piccolo giardino, di vestirsi di nero, di portare una fascia da lutto non prova nulla della sincerità dell’afflizione. Quest’ultima, tra l’altro, deve sparire, gli individui devono reagire di fronte all’irrevocabilità e alla fatalità della morte. Dobbiamo lottare contro la sofferenza invece di esibirla, di portarla in giro con cavalcate grottesche e congratulazioni bugiarde. […] Bisogna abbattere le piramidi, i tumuli, le tombe; bisogna passare l’aratro nel recinto dei cimiteri, per sbarazzare l’umanità da quello che chiamiamo il rispetto dei morti, da quello che è il culto della carogna”
Albert Libertad in L’anarchie, 31 ottobre 1907.

Non c’è alcuna gloria nel fatto di morire in combattimento. Il potere offre delle conseguenze sinistre alla nostra scelta di combattenti, che si tratti della galera, della tortura o della morte. Tutte queste cattive notizie fanno parte del contratto che abbiamo firmato con noi stessi, nella scelta della guerra all’esistente. Sappiamo cosa ci aspetta, dalle cose più belle a quelle più tragiche, e siamo pronti, qualunque sia l’esito. Questa volta esso è stato fatale, ma ciò non fa di Mauricio un compagno più coinvolto o più valoroso di qualunque altro/a combattente. Quella notte, lui ha affrontato dei rischi così come tanti altri fanno ogni notte e il caso ce lo ha portato via. Avrebbe potuto trattarsi di te, me, lui, lei o di qualunque altro individuo per cui l’anarchia non è una questione di parole od atteggiamenti.
Molti dei nostri compagni sono morti in combattimento. I Ravachol, i Filippi o i Morales della nostra storia sono numerosi, la loro memoria è più o meno viva, ed essi vivono ancora in ogni colpo portato, in ogni attacco contro il dominio. E non sono dei martiri, non sono morti per una causa, non si sono sacrificati. Sono morti cercando di realizzare un sogno, non si sono arresi e sono stati uccisi. Ecco tutto. Nulla li riporterà indietro, né una canzone, né una poesia, né un discorso, perché non c’è un aldilà, non ci sono eroi, non c’è un altrove dove guarire dal qui.

Compagni e compagne, non cediamo alle sirene dell’ammirazione, del carisma e del valore sociale. Gli anarchici non devono essere canonizzati. Lasciamo questo allo star-system ed all’idolatria religiosa. Che ogni individuo sia il proprio eroe, piuttosto che andare a cercare la grandezza nell’altro. Mauricio non è una statuetta, un poster o un’icona. È una fonte d’ispirazione, un fratello.

Contro il culto della carogna.

Giunio 2013.