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Taccuini dello sfruttamento n°2 : Il sotto-mondo del lavoro

domenica 9 settembre 2012

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Dopo qualche settimana di « vacanze », che erano molto meno « vacanti » di una qualunque ora di lavoro, arrivare al lavoro questa mattina é stata un’esperienza aspra e dura. Passare da momenti di curiosità, di slancio, di distensione, di contemplazione, d’amore, di avventura e di gioia insieme a persone di fiducia oppure solo, ad un dedalo di ipocrisie, all’inginocchimento ripetuto, alla concorrenza, la delazione ed i sorrisi forzati, quei maledetti sorrisi forzari… In poche parole, passare dall’intensità al nulla, passare da una boccata di vita al farsi inghiottire dalla morte, un contrasto insostenibile. Allora si trasforma la rabbia in noia, per sopravvivere ancora un po’. Ci si imbottisce il cervello di stoicismo, ci si mette il grembiule e si va, si schiaccia il bottone “off”, si entra nel ruolo, ci facciamo fregare e torniamo alla nostra gabbia, estenuati. Poi cerchiamo di dimenticare in fretta e di non pensarci più, perché quel vuoto fa paura, perché perdere la propra vita in quel modo dà le vertigini.


Si parla spesso della prigione come di un mondo a parte, dove tutto ricorda il mondo che lo circonda, ma in cui i codici e le meniere di relazionarsi sono diversi, peggiori. Il compagno spagnolo Xosé Tarrío, assasinato dalla prigione nel 2005, parlava a ragione di un “sotto-mondo” carcerario. Potremmo dire lo stesso del lavoro. Persone che avremmo potuto apprezzare altrove vi diventano mostruosamene meschine e ignave, uomini e donne che consideriamo come vigliacchi possono rivelarvisi piene di coraggio e viceversa… Come il mondo della prigione, il mondo del lavoro é un mondo a parte, senza il quale questo mondo non esisterebbe. La relazione fra il lavoro e questa società di dominio é tale che essi si riproducono l’un l’altra. Perché com’é vero che l’attività dello schiavo riproduce la schiavitù, l’attività del lavoratore produce e riproduce lo sfruttamento, che a sua volta produce un clima di concorrenza fra gli individui e di precarietà permanente.

Chiamano tutto ciò “mondo del lavoro”, come se fosse separato dal resto della vita. Ma non é così: viviamo in un mondo di lavoro, sia che siamo lavoratori sia che non lo siamo. Ed il lavoro, questa sanguisuga diabolica, non smetterà mai di rubarci il sudore finché saremo incatenati ai ferri del denaro. Quale interesse a voler autogestire questo intenso dolore, questa tristezza infinita, come vorrebbero gli anarcosindacalisti? A voler distinguere a tutti i costi il lavoro salariato dalle sue altre forme?
Che il lavoro sia legale o illegale, a tempo determinato o indeterminato, oppure che si tratti del reddito minimo di cittadinanza, ciò non ha mai cambiato il gusto del nostro sangue.

Questo “mondo del lavoro” é un mondo in cui i rapporti sociali di merda che la maggior parte di noi cerca a tutti i costi di evitare in strada diventano inevitabili. E quando le relazioni sociali sono obbligate, c’é la guerra, e guerra c’é, divisa fra rivolta e predazione di tutti contro tutti. Alla fine non c’é molta differenza fra la relazione che una cameriera, un cassiere, un venditore o una puttana hanno con il cliente e la relazione fra un detenuto e un secondino. Senza l’uno non ci sarebbe l’altro, ma nei due casi la dipendenza non funziona nei due sensi, e ancora meno a partire da una qualche eguaglianza di posizioni di partenza. E questa é la guerra permanente, la guerra per il possesso del proprio tozzo di pane raffermo. Una sotto-vita di sopravvivenza.

Il mondo é fatto bene, ciascuno di noi, che lo voglia o meno, ad un momento od un altro della sua vita é un cliente, un “beneficiario” come dicono quelli dei sussidi familiari, un secondino ed un detenuto, uno sfruttatore ed uno sfruttato, a volte tutto ciò contemporaneamente. E questa é la vittoria di un sistema che va avanti a briglia sciolta, che si riproduce da solo senza avere nemmeno più coscienza di quello che é, i cui bulloni sono facilmente rimpiazzabili e di cui bisognerebbe fare a pezzi il meccanismo, prima di spezzare ogni rotella e di calpestarne i frammenti con un disprezzo orgiastico, affinché questa guerra di sopravvivenza diventi la guerra per la libertà.

Quante ore, quanti giorni, quanti anni, quante vite intere sacrificate, quanti morti offerti al lavoro, all’economia, alla loro pace? Cos’è questa vita che esige da noi che la sacrifichiamo per interessi che non sono i nostri? Per mangiare, avere un tetto, per la comodità? Ma a qual pro mangiare o avere un tetto se é per vivere una vita di merda? Come diceva Jȕnger, ogni comodità si paga e la condizione di animale domestico porta con sé quella di bestia da mattatoio.

Qui non si vedono nemmeno più le stelle, la notte; ma non c’é bisogno di loro per sognare. Basta guardar vivere un albero. Potranno pure sbattergli un parcheggio addosso, i suoi rami finiranno sempre, magari mettendoci centinaia di anni se occorre, per arrampicarsi e trovare il cammino del cielo.

Allora questa sera io sogno, sogno che spacchiamo tutto, che i nostri rami avvolgono questo mondo e lo schicciano, affogando nella propria linfa tutti i porci che ci consumano le articolazioni poco alla volta. Perché nessuno fra i semi di libertà che vogliamo seminare porà germogliare, se non sulle rovine di questo mondo schifoso che ci ha sporcati dalle radici ai rami superiori.

Ma lo spessore di un muro conta molto meno della volontà di superarlo. Allora sogno che un giorno l’umanità rialzi la testa e si sollevi, come le piante rampicanti; in caso contrario essa non vale nulla.

Non serviam.